martedì 7 luglio 2009

Pinocchio ha 128 anni. Ma quanti ce ne sono?


di http://www.strill.it/ - E' umano, normale e fisiologico che ciascuno cerchi di portare acqua al mulino di propria competenza, tuttavia da osservatori della società postmoderna che si staattorcigliando in un paradosso ineludibile qualche valutazione e, annesso, qualche dubbio lo pongo.Il dopoguerra ci ha insegnato in fretta che l'accumulazione della "roba" è, in realtà, la vera ossessione di chi frequenta le stanze dei bottoni, unitamente, però, all'esercizio del potere in quanto tale.
Non so se veramente comandare sia meglio che fottere, ma - Berlusconi docet - temo che le due cose coincidano, in senso figurato e tecnico.
Ma, fin qui, tutto sommato, nulla di nuovo sotto il sole. Il fatto sconcertante, però, è che ciascun occupante di posti rispetto ai quali debba dar conto pubblico del proprio operato, tende sempre e comunque a preservare l'immagine personale e nulla più.
E così se attacchi - ad esempio - un reparto di un ospedale che non funziona il primario ti risponderà sbattendoti in faccia il suo curriculum fatto di prestigiosissimi titoli acquisiti all'estero (che tristezza, di quelli italiani se ne vergognano...). Si, certo, sarà vero, ma i guai per la gente che frequenta il reparto restano.
Se accusi un politico di essere parte, più o meno responsabile, di un sistema che non assolve più alle sue funzioni primarie ed ai bisogni di base dei cittadini, ti sentirai rispondere, indignato che "io ho studiato qui, ho ricoperto questo e quell'altro incarico, bla bla bla...". Sarà vero anche questo, ma i problemi permangono e, anzi, visti i risultati, io non mi vanterei di essere in pista da decenni, a vario titolo, ed avere, quindi, contribuito allo sfascio.
E via così, in tutti i settori, abbracciando trasversalmente l'intero arco della classe dirigente del Paese e di questo Sud che, ormai, è solo la parodia di uno Stato di diritto che, in fondo in fondo, nessuno vuole si eserciti compiutamente, con annessa eliminazione di tutte le sacche di piccoli poteri.
Insomma, coloro i quali sono responsabili di qualcosa, nel momento in cui (e di questi tempi non è difficile) terminano nel tritacarne mediatico per accuse di inattività o mala-attività, non risponderanno mai "io ho fatto, io sto facendo", ma "io sono, io ho ricoperto questo incarico...".
E via così, amcora, in un continuo scivolamento di responsabilità, fino a sbattere (anche qui tecnicamente) la porta in faccia al giornalista di turno e comportandosi esattamente come Bennato, trent'anni fa, aveva scritto in "Sono solo canzonette": così è, "se vi conviene bene, io più di tanto non posso fare..."
In fin dei conti confondere le acque, ciurlare nel manico per dirla con Gianni Brera, è arte sopraffina che da sempre serve a mantenere quei privilegi di pochi che impediscono il compimento dei diritti dei più.
In questo modo, ogni giorno, soprattutto al Sud dove il caldo ti spacca in quattro per tre mesi all'anno ed anestestizza cervelli e sensi, indignazione ed anche un pò di dignità, si alimenta una dciotomia sempre più evidente, una forbice tra competenze dei singoli e prodotto pubblico dell'operato dei singoli stessi.
Qualcosa non quadra, qualcosa alimenta ogni giorno di più questa gigantesca bolla che tiene in ostaggio qualità e rigore morale.
Una bolla che, oltre ai curricula imutili nei fatti, si giova anche di curricula falsi o inesistenti, di gente inadeguata, inadatta o talvolta indegna di occupare posti di responsabilità e scelta.
Serve capacità e non basta.Servono gli studi e non bastano. Serve esperienza e non basta. Serve buon senso e non basta. Serve tensione etico-morale e non basta.
La grande finzione, in scena ogni giorno, è diventata, ormai in maniera stabile e riconosciuta, la Grande Bugia e ad essa, ogni giorno, il sistema si piega e si prostra, nella terra di Pinocchio.
Quel Pinocchio che, esattamente 128 anni fa, il 7 lulgio del 1881, faceva la sua prima apparizione nel panorama nazionale.
Non sarebbe mai più andato via...

martedì 12 maggio 2009

Dal referendum a Giorgiana Masi


da http://www.strill.it/ - La Calabria – come sempre – era lontanissima dai fermenti del resto del Paese; le immagini di un'Italia fatta di piombo e sangue, di una comunità che faceva fatica a professare lo slogan “nè con lo Stato nè con le BR” sventolato da “Lotta
Continua” soprattutto se inteso come presa di distanza contemporanea da un certo modo di amministrare lo Stato e la sovversione – attraverso la violenza – dei valori costituzionalmente sanciti e garantiti giungevano in Calabria attraverso la televisione.
Quei valori che il 12 maggio del 1974 conoscevano uno dei momenti più alti con l'esito del referendum sul divorzio che rigettava la proposta di abrogazione della norma che lo aveva introdotto nel dicembre del 1970.
Sono passati esattamente 35 anni da quel giorno, era un'altra Italia, un'altra società.
La Lazio di Chinaglia e Re Cecconi – quella mirabilmente e non casualmente passata alla storia anche attraverso uno stupendo saggio di Guy Chiappaventi – come la Lazio di “pistole e palloni” proprio quel giorno vinceva il suo primo, storico, scudetto e l'Italia, andando alle urne, dimostrava di esserci, di volerci essere.
35 anni fa per quel referendum andarono al voto oltre l'87% degli aventi diritto.
Il 59,3% dissero “no” alla proposta di abrogazione della legge istitutiva del divorzio.
Tre anni dopo, il 12 maggio del 1977, 32 anni da oggi, per le strade di Roma lasciava in terra con i suoi ultimi respiri sogni e speranze, ideali e passioni la diciannovenne Giorgiana Masi.
Stava manifestando insieme ad altre migliaia di giovani per celebrare proprio il terzo anniversario di quel referendum.
L'Italia, però, era ancora cambiata, in peggio.
Era un'Italia che viveva, che respirava – insieme – violenza e fermenti in una sorta di esplosione incontrollata.
Giorgiana manifestava pacificamente e basta, ma – come detto – in quegli anni il controllo della situazione sfuggiva facilmente ed i morti si contavano quasi quotidianamente, di qua e di là, tra Forze dell'ordine e manifestanti, spesso drammaticamente coetanei, trovatisi a giocare con la vita e la morte in una situazione più grande di loro.
La Calabria, come detto, era lontana da queste dinamiche, viveva altri drammi, i suoi personali, alle prese con sottosviluppo, un grande futuro dietro le spalle e – a Reggio – la prima guerra di 'ndrangheta.
Ma, senza saperlo, il 12 maggio - del '74 e del '77 - cambiava il volto del futuro del nostro Paese, Calabria compresa

lunedì 4 maggio 2009

Sugheri d'acciaio che si mangiano la Calabria


da http://www.strill.it/ - Ogni tanto (non sempre, per carità, con la salute non si scherza...) presenziare per intero ai lavori del Consiglio regionale è cosa buona e giusta.
Orbene (quanto mi piacciono gli avverbi...)
se hai la serenità e la lucidità per porti su uno scranno leggermente più in alto dei protagonisti – e questo il giornalista dovrebbe fare sempre – spunti di valutazione ne cogli a iosa.
Tra i mille guai che affliggono la Calabria la madre di tutti sta in una classe dirigente inadeguata e, ormai vecchia.
Mesi fa scrissi un fondo dal titolo “Chi si è mangiato la Calabria”. Era una ricostruzione appassionata della genesi di questa situazione di quasi non ritorno in cui ci siamo cacciati. Condivisibile o meno, certo non campata in aria.
Mal me ne colse, al mio ritiro in riva allo Jonio giunsero eco di non gradimento del pezzo.
E si lagnarono i vecchi e i giovani, i locali e i regionali.
Bene: una vecchia regola non scritta del giornalismo sottolinea che ciò testimonia la riuscita del pezzo.
Durante l'ultima seduta dell'Assemblea regionale – quella dedicata al piano di rientro dai 2 miliardi e rotti di deficit sanità – su un punto si sono trovati – a mezza lingua – tutti d'accordo: i dirigenti della sanità calabrese, ma il concetto potrebbe tranquillamente essere esteso, sono diventati una specie di ristrettissimo ordine sacerdotale dal quale non si esce.
Meravigliosa l'immagine che ci ha regalato Sandro Principe: sono come sugheri d'acciaio, leggeri come il sughero che galleggia sempre, ma, al tempo stesso, forti come l'acciaio inossidabile che consente loro di stare nell'acqua per decenni senza marcire.
Un Loiero in forma smagliante, al massimo delle sue capacità scenico- interpretative (leggendario il passaggio in cui ha detto “qualcuno dice che io sono un furbo, ma non è così...”), ad un certo punto, ben compreso che a fronte di un disastro di portata epocale avrebbe potuto solo assecondare gli strali, ha seguito Principe nel suo ragionamento, ma subito dopo si è lasciato andare ad un'ammissione che è scivolata via, ma la cui portata è gravissima.
In buona sostanza Loiero ha ammesso che alle spalle di questi “sacerdoti”, sulle qualità dei quali lui giura ad occhi chiusi, comunque c'è il nulla.
I guru da fuori in Calabria non ci vogliono venire ed all'interno della nostra terra c'è poco.
Delle due l'una: o non si trovano giovani manager capaci perchè, probabilmente, c'è un codicillo scritto piccolo piccolo, forse nemmeno scritto, che tra i requisiti aggiunge ai termini “giovani” e “capaci” anche quello “asserviti al sistema”, oppure il guaio è ancora più serio.
Il guaio più serio è rappresentato da una politica affarista ed acchiappatutto che nei decenni ha non solo depredato la Calabria, ma, soprattutto, ha azzerato la crescita di una classe dirigente, vera, seria e di ricambio.
Se, ad esempio, nelle strutture speciali dei consiglieri regionali, nate per garantire il necessario supporto tecnico-giuridico-amministrativo ai politici, quasi sempre troviamo gente senza né arte né parte che alla voce “studio” identifica solo una stanza della casa (dall'imprecisata destinazione d'uso), gente messa lì quasi sempre esclusivamente per soddisfare compromessi ed obbligazioni assunte in campagna elettorale, è lecito meravigliarsi più di tanto se, poi, al momento di fare le cose, di redigere i provvedimenti, le persone capaci, coloro che “masticano” diritto, principi economici ed amministrazione della cosa pubblica sono sempre meno?
E mentre i sugheri d'acciaio galleggiano la Calabria affonda...

15 anni e il motorino

da www.strill.it -
Avevo 15 anni, andavo a scuola, stavo per terminare il terzo liceo.
Il liceo era quello scientifico, il "Vinci" di Reggio Calabria, dunque relativamente vicino a via Apollo.
Via Apollo, per me non esisteva, nel senso che da pochi mesi (da quando avevo ottenuto dai miei il motorino) mi capitava di passarci, ma non ne avevo imparato il nome.
D'altra parte è una via piccolina, corta, stretta tra il castello e la via che – appunto – porta al Liceo scientifico.
I telefoni cellulari non esistevano, ad internet nemmeno la fantasia più sfrenata di Spazio 1999 era giunta, dunque le notizie ancora seguivano, almeno nella loro più immediata forma di divulgazione, la tradizione orale.
Ma, come cantava De Andrè, “una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall'arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”.
Il musicista genovese, in realtà si riferiva a ben altro tenore di notizia, ma il concetto vale ugualmente e, francamente, quella mattina l'originalità – tragica – della notizia non era in discussione.
Era l'anno dei mondiali, quelli dell'82, che sarebbero andati in scena a distanza di poco più di un mese da quel 3 maggio.
Poco dopo le 8, quella mattina, in via Apollo saltò per aria con la sua automobile l'imprenditore Gennaro Musella.
Il boato scosse i muri, forse non a sufficienza le anime.
Per mesi, passando da quella via era possibile, alzando la testa, notare schizzi di sangue sui balconi (anche ai piani alti) del palazzo di fronte.
Reggio – che pure non era nuova ad attività feroci della criminalità organizzata – quella mattina saltò il fosso.
Nulla era più off-limits, tutto era concesso alla ferocia criminale.
E vennero le bombe, e vennero i morti ammazzati per le strade, e vennero i bazooka, e vennero ancora autobomba in pieno centro, davanti agli ospedali.
Io non ho mai dimenticato quella mattina di quindicenne che correva incontro all'estate, vuoi per una innata passione per gli eventi contemporanei che fanno storia, vuoi per la conseguente emotività con la quale vissi l'episodio; negli anni, in questi 27 lunghi anni, mentre altrove – giustamente – fanno delle ricorrenze simili un triste rosario di appuntamenti annuali, mi chiesi spesso perchè mai quella morte interessasse solo ad Adriana Musella, perchè mai sulla fine in stile libanese di Gennaro Musella, un imprenditore, non un boss o un magistrato scomodo (personaggi comunque “in guerra”) fosse sceso l'oblio.
La risposta forse è tutta nella piega differente che hanno preso gli eventi della storia criminale in Sicilia piuttosto che in Calabria.
La risposta è tutta nella folla che attende fuori dalla Questura di Palermo per insultare l'ultimo boss latitante catturato mentre a Reggio piovono applausi e fiori.
Non ho più 15 anni, non ho più il mio motorino, la sorte ha portato il mio lavoro quotidiano a 20 metri da via Apollo.
Che da oggi ho imparato a chiamare via Gennaro Musella

martedì 31 marzo 2009

Giustizia dopo 40 anni. Ma ne vale la pena?


da http://www.strill.it/ - Uno Stato vive anche di simbologia, di segnali forti, d autorevolezza nel cnfronti dei propri cittadini. E più autorevole è meno autoritario sarà obbligato a diventare.Uno Stato tutela e garantisce l'ordine, soprattutto l'ordine costituito. La forza di uno Stato passa anche per la capacità di dimostrare ad altre forme organizzate ma contrapposte - appunto - all'ordine costituito che, proprio come scandiva un triste (perchè in bocca ai terroristi) slogan degli anni di piombo "nulla resterà impunito".E per tutte le occasioni nelle quali lo Stato non riuscirà a mettere ordine nella ricostruzione dei fatti, ad assegnare responsabilità e sanzioni per questi, un altro ordine - nella fattispecie quello mafioso - avrà vinto-E la mafia sa bene, da sempre, che i cittadini hanno bisogno di riferimenti, di ordine ed in quel clamoroso deficit di offerta che, sul tema, proviene dall'organizzazione statuale ci si infila e sguazza a meraviglia.Uno Stato che in 40 anni non riesce ad avere "soddisfazione" per la strage di piazza Fontana ha perso in partenza.Ed ha perso anche sul piano del segnale che si manda anche alle organizzazioni criminali.Oggi, 40 anni dopo, a Palermo, verrà pronunciata la sentenza relativa alla strage di viale Lazio. Alla sbarra Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
Pioveva, quel giorno, su Palermo, quando entrò in azione “la nazionale dei killers”, capitanata sul campo da “Binnu u tratturi”ed in regia da “Totò u curtu”.
L'obiettivo era Michele Cavataio, che restò a terra, unitamente ad altre quattro persone, tra cui il cognato “in pectore” di Riina, Calogero Bagarella.
Era il punto esclamativo (il primo di una lunga serie) sull'ascesa dei corleonesi al potere criminale dell'intera Sicilia.
Due giorni dopo esplodeva la bomba di piazza Fontana.
Dopo 40 anni lo Stato...vince...
E mette sotto processo due ultrasettantenni pluriergastolani per mettere la ceralacca giudiziaria su una ricostruzione storica pacificamente accertata ed accettata da anni.
Ma ne vale la pena?

martedì 3 febbraio 2009

No more ace to play. Siamo ciò che abbiamo voluto


da http://www.strill.it/ - La Calabria ha giocato tutte le sue carte; nulla più da dire, niente più assi da calare.
Il testo – tradotto – appartiene ad una leggendaria canzone degli Abba - “the winner takes it all” che sottolinea come, quasi sempre, il vincitore prenda tutto.
In Calabria ha vinto il “vecchio”, ha vinto una visione arcaica della società che ha sgretolato poco a poco, dalle fondamenta, uno Stato di diritto che, tutto sommato, non ci appartiene per cultura, per tradizioni.
Chiariamo subito: alla fine – più o meno inconsapevolmente – è esattamente ciò che abbiamo voluto.
La nostra storia è scandita da episodi che sottolineano ad ogni piè sospinto il carattere feudale del nostro modo di essere, la baronia elevata a sistema, i piccoli-grandi soprusi quotidiani di una ristretta oligarchia a dettare i tempi; il diritto continuamente scambiato con il favore.
Senza lavoro, con prospettive di sviluppo inesistenti, con i servizi essenziali sempre più spesso ridotti ad una chimera, travolta dal malaffare e dagli sprechi, per la Calabria è giunta l'ora di dirsi, allo specchio, le cose come stanno.
“No more ace to play” - cantavano gli Abba – e, realmente, gli assi per la Calabria si sono esauriti.
Un serio, approfondito, doloroso esame di coscienza è necessario e, probabilmente non sufficiente.
Siamo proprio così sicuri che questa Calabria non sia esattamente la risultante di ciò che abbiamo voluto?
Probabilmente non esattamente ciò che avremmo voluto, ma la conseguenza di uno o più modi di essere, di concepire il rapporto di forze tra i vari pezzi del territorio.
In pochi, troppo pochi, hanno seriamente combattuto le oligarchie che trasversalmente si sono divisi, spartiti e mangiati la Calabria.
Il potente, il signorotto di cinquecentesca memoria da noi ha perfettamente titolo ad esistere, con la sua corte, i suoi bravi ed i suoi quotidiani soprusi.
Mai, seriamente, i vessati hanno pensato, nemmeno per un attimo, a sovvertire questo stato di cose e porre fine alle vessazioni; la massima aspirazione dei vessati è sempre stata quella di saltare la barricata, di essere accolti a corte.
In Calabria i”Promessi sposi” sono attualissimi, in tutte le loro sfaccettature.
In pochi antepongono con scienza e coscienza lo Stato di diritto al piccolo tornaconto personale; la bassa macelleria ha sempre il sopravvento e, soprattutto, ciò avviene senza alcun sussulto nelle coscienze collettive, quelle che formano la spina dorsale di una comunità.
Roberto Scarpinato ne “Il ritorno del principe” sottolinea – estendendo il concetto all'intero Paese – che la Costituzione repubblicana, con i suoi principi liberali, sia stata più subita a causa degli eventi che non maturata dal Paese.
Immaginarsi quanto questi principi siano passati realmente, in maniera consapevole in una terra, la Calabria, dove negli anni 70 ed 80 ancora il boss della zona pretendeva ed otteneva nel silenzio generale i favori sessuali delle donne del paese da lui scelte è esercizio semplice.
Ci siamo sempre convinti di essere più furbi degli altri, abbiamo sempre ritenuto che le leggi, le norme – statuali o dell'etica – fossero inutili protocolli da aggirare con facili scorciatoie che fanno regolarmente apparire il furbastro come il migliore.
Da noi non passa più da tempo il concetto di disvalore, solo quello – deviato - di valore, inteso come forza, potenza, potere. E poco importa come questi si siano generati e si mantengano.
L'apologia di Machiavelli ci accompagna ad ogni piè sospinto, unitamente al nostro innato vittimismo che ci regala una straordinaria capacità di trovare valide giustificazioni per ogni nostro comportamento, anche il più inqualificabile.
“Se uno ammazza un altro non gli chiedere perchè” recita un vecchio adagio popolare delle nostre parti; c'è sempre un perchè, un motivo valido. Lo Stato costituito, i valori dell'etica non contano più, probabilmente perchè sono annacquati. Abbiamo un codice tutto nostro che fa a sportellate con i principi dello Stato di diritto e con questi, il più delle volte, trova tristissimi accomodamenti.
In questo disastro etico-socio-morale anche i tanti che capiscono il dramma fanno fatica ad alzare la voce; è come negli incubi, quando provi ad urlare ed il fiato non viene fuori.
Il contesto non vuole, non capisce la ribellione nei confronti del padrone “interno”. Il contesto è pronto a ribellarsi all'ordine costituito “esterno”, nel momento in cui questo viene a turbare equilibri accettati e consolidati nei secoli.
Al signorotto locale, sia esso un politico, un mafioso, un notabile o chiunque venga fuori da questo perverso abbraccio che da sempre crea una melassa gestionale trasversale che rappresenta la classe dirigente il Calabrese non dirà mai di no.
Borbotterà quando non lo ascolta nessuno, ma non avrà mai il coraggio di fargli percepire lo sdegno di massa, il pubblico ludibrio. Sarà pronto ad ossequiarlo e riverirlo, allo stadio come al bar e continuerà ad accettare tutto nella speranza, un giorno, di essere ammesso a corte.
Ed intanto, generazione dopo generazione ci si assuefa ad ogni cosa.
Atarassia ed afasia prendono il sopravvento. Non si ha contezza diffusa dei diritti di ciascuno e, conseguentemente, non si ha cogniozione dei doveri, il che crea una diabolica scala sociale nella quale chi sta sopra utilizza la violenza (verbale, fisica, morale, economica) nei confronti di chi sta sotto. Ogni giorno, sempre e comunque.
Nulla facciamo per pretendere i servizi essenziali (strade, autostrade, sanità) e, contemporaneamente, siamo pronti ad appropriarci di larghe fette di suolo pubblico per uso privato.
Non c'è tensione morale.
E dove non c'è tensione morale non ci sono regole.
Senza regole non c'è futuro.

lunedì 19 gennaio 2009

A caddara avi a bugghiri pi tutti...


“A caddara avi a bugghiri pi tutti”.
Dietro questo apparente principio di uguaglianza rischia di celarsi la madre di tutti gli equilibrismi che è funzionale a tutto tranne che a ciò per cui, in teoria, l’uguaglianza dovrebbe andare a braccetto: la giustizia.
Il Csm, da anni principale responsabile della notte buia in cui è precipitato il potere giudiziario in Italia, per sistema fa finta di non vedere , non sentire e non capire.
In nome di scelte a metà tra la difesa della casta ed il cerchiobottismo suggerito dalle correnti che lo animano (o lo mortificano?) il Consiglio Superiore della Magistratura ha chiuso gli occhi cento e cento volte.
Dovendo essere obbligato a dare ragione ad un uomo con la toga e necessariamente torto ad un altro, l’organo di autogoverno dei giudici di questa patetica Repubblica non ha mai fatto pendere da un lato il piatto di quella bilancia che proprio i magistrati sono chiamati ad attivare.
Attenzione, ad attivare, non a tenere in equilibrio.
Un equilibrio ricercato, spesso, a forza di spinte e controspinte, come un arbitro incerto e nel pallone compensa gli errori da un’area di rigore all’altra.
“A caddara avi a bugghiri pi tutti” ha – in buona sostanza – sentenziato il Csm ogni qual volta ha deciso di non decidere su decine di fascicoli che certificavano veleni e porcherie varie negli uffici giudiziari di mezza Italia, con Calabria e Reggio in testa.
Non sono poche le iniziative giudiziarie che hanno trovato l’unica conclusione all’interno di fascicoli disciplinari che giacciono da anni al Csm. Stanno lì a prender polvere in attesa che qualcuno si decida ad analizzarli ed a sancire le ragioni di uno ed il torto dell’altro quando si tratta – spesso – di magistrati l’un contro l’altro o se comportamenti fuori dalle righe sono ascrivibili a togati indipendentemente dall’attrito con colleghi.
Nessuno muove, in una sorta di immobile bilancia, protesa in ogni suo respiro ad evitare sbalzi. Un equilibrio garantito proprio da quelle correnti che sanno perfettamente che “oggi evitiamo il sacrificio di uno dei miei e domani di uno dei tuoi”, così a “caddara continua a bugghiri pi tutti”.
Magistrati da trasferire immobilizzati nelle medesime sedi da decenni, altri da sanzionare – bene che vada – sul piano disciplinare ignorati; tutto fermo, liscio, uguale, uniforme proprio come il bordo della caddara che, per un attimo, qualcuno ha pensato che potesse essere rovesciata dal caso De Magistris.
La clamorosa ribalta mediatica della vicenda, una lite da pollaio goffamente camuffata – con sprezzo del ridicolo - da diatriba tecnico-giuridica ha reso impossibile porre in essere l’attività che meglio riesce al Csm: l’immobilismo più assoluto, in una sorta di tragico un-due-tre stella.
Dovendo necessariamente intervenire e, quindi, dovendo gioco forza attribuire delle responsabilità a qualcuno, il Consiglio Superiore della Magistratura si è letteralmente superato: a Palazzo dei Marescialli hanno rapidamente compreso che, partendo da quel presupposto, l’equilibrio poteva essere garantito solo dando torto – e quindi ragione – ad entrambi i contendenti.
Bacchettate a Salerno e bacchettate a Catanzaro (ma un po’ di più a Salerno, meglio mandare un segnale a chi non si è fatto gli affari propri e ci ha messo in questa odiosa situazione, avranno pensato al Csm), come l’arbitro che non ci ha capito niente di una rissa o – peggio – non vuole scontentare nessuno e sventola il cartellino rosso sotto il naso di entrambi i contendenti.
Sono bravi, a Roma; c’è poco da aggiungere, solo applausi. Come riescono a fare “bugghiri a caddara per tutti” loro non ci riesce nessuno.
Intanto l’Anm, per bocca del suo massimo rappresentante Palamara, festeggia con un grottesco comunicato che segnala come “il sistema abbia dimostrato di avere gli anticorpi”.
Un fatto è certo: con questa decisione – di fatto – il Csm non ha spiegato al Paese (e nemmeno lontanamente aveva intenzione di farlo) se De Magistris sia impazzito – e con lui la Procura di Salerno – o se la gestione degli uffici giudiziari di Catanzaro fosse stata improntata a guarentigie, privilegi e violazioni di legge inaccettabili in qualunque paese civile post-medievale.
Non ce lo hanno detto.
Anche stavolta “a caddara avi a bugghiri pi tutti”.
In maniera perfettamente uguale e antidiscriminatoria.
Con buona pace anche di Salvo Lima che – almeno – su quella frase potrebbe vantare, se fosse in vita, i diritti d’autore…